Come un camion dell’esercito australiano si vestì di AMG

Il Mercedes G63 6×6, il momento esatto in cui un marchio premium decise di non risparmiare nulla

C’è un tipo di auto che appare solo quando un marchio decide, in un momento determinato, che il denaro non è un problema. Non è l’auto che vende molto. Non è l’auto che giustifica la sua esistenza in un foglio Excel. È l’auto che sta lì perché qualcuno, in una sala riunioni, disse “se possiamo farla, la facciamo, e i costi li guardiamo dopo”. Il Mercedes-Benz G63 AMG 6×6 è una di queste auto. Quattro tonnellate, sei ruote motrici, V8 biturbo da 5,5 litri, assi portale presi dall’Unimog, e un prezzo di lancio nel 2013 di circa 510.000 dollari.

E la parte buona: non è un capriccio giocattolo inventato dal marketing. È un Mercedes militare che aveva due anni di circolazione nel deserto australiano prima che AMG ci mettesse mano. La storia del G63 6×6 comincia, come tutte le buone storie dell’auto moderna, con un esercito che ha bisogno di un veicolo serio e un marchio tedesco disposto a costruirglielo.

Questo articolo non è per il lettore italiano che ha già visto un G63 6×6 sfilare per Milano o per Dubai. È per il lettore italiano che l’ha visto e ha pensato quello che pensa tutta l’Italia quando lo incrocia: che è un ennesimo Mercedes bestia per petrolieri, un capriccio da tuning livello Brabus, un simbolo di eccesso dei ricchi europei. Quella lettura è vera solo a metà. La lettura completa, quella che in Italia manca perché in Italia la stampa specializzata tratta il 6×6 come oggetto da magazine di lifestyle e non come pezzo di ingegneria militare industrializzata, va così: è un veicolo militare adottato dall’esercito australiano, ingegnerizzato per il combattimento reale in outback e Medio Oriente, che AMG civilizzò per un mercato specifico dopo che il programma militare aveva già superato duemila unità in servizio. Non è AMG che inventa un giocattolo per sceicchi. È AMG che riveste di pelle un pezzo di ingegneria militare già validata sul campo. La differenza è brutale. E in Italia non si racconta mai.

Land 121 Overlander

Nell’ottobre del 2007, il Ministero della Difesa australiano aprì un concorso pubblico per sostituire la flotta invecchiata di Land Rover Perentie dell’Australian Defence Force. Il progetto si chiamava Land 121 Overlander. La portata era considerevole: avevano bisogno di un veicolo fuoristrada multifunzione capace di operare nell’outback australiano, in scenari di dispiegamento in Medio Oriente e Asia, con varianti da carico, trasporto truppe, comunicazioni, ambulanza e ricognizione. Volevano 4×4 e 6×6 sulla stessa piattaforma.

E qui è successo qualcosa di curioso. Land Rover, che da trent’anni forniva i Perentie all’esercito australiano, non si presentò al concorso. Toyota, con il Land Cruiser 70, nemmeno. Mercedes-Benz fu l’unico offerente serio. Nell’ottobre del 2008, l’ADF firmò un contratto iniziale per 1.200 veicoli. La cifra finale, ampliata con estensioni successive, arrivò a 2.268 unità, in dieci configurazioni diverse, con un valore vicino ai 350 milioni di dollari australiani.

E tra quelle configurazioni ce n’era una che Mercedes non aveva mai prodotto in serie: un G-Wagen 6×6.

Il 6×6 militare

Lo costruì lo stabilimento Magna Steyr a Graz, in Austria. Lo stesso stabilimento dove si produce il G-Class dal 1979. Mercedes progetta, Magna Steyr assembla, secondo l’accordo che le due aziende firmarono negli anni Settanta quando crearono insieme la piattaforma. Questo stabilimento austriaco merita attenzione, perché è lo stesso che oggi produce anche il telaio dell’Ineos Grenadier, un altro fuoristrada utilitario che si costruisce con architettura tradizionale a longheroni. Magna Steyr è, nel 2026, uno dei pochi stabilimenti europei rimasti che sa costruire un veicolo di questo tipo in serie con qualità artigianale.

Il 6×6 militare partì dal telaio del G-Class W463 standard e gli aggiunse un terzo asse nella parte posteriore, mantenendo la sospensione a molle elicoidali ma con due assi posteriori senza meccanismo di ripartizione del carico tra loro. La distribuzione del peso rimase a 60/40 tra i due assi posteriori (l’anteriore sopportava il resto, con le sue molle rinforzate dal G-Class blindato per reggere il carico).

Il motore di partenza fu il V6 turbodiesel da tre litri del G320 CDI, con circa 224 CV. Giusto per muovere una piattaforma militare carica a velocità di pattuglia. Cambio automatico, riduttore, cinque differenziali con bloccaggio, pneumatici da 37 pollici montati su cerchi beadlock (la gomma resta meccanicamente fissata al cerchio e non può uscire nemmeno se perde tutta la pressione). E la ciliegina: assi portale.

Gli assi portale meritano una spiegazione, perché sono l’elemento tecnico che rende il 6×6 diverso da qualunque altro fuoristrada in produzione. In un asse convenzionale, il semiasse esce dal differenziale ed entra direttamente nel mozzo, nel centro geometrico della ruota. In un asse portale, il semiasse non entra nel centro del mozzo; entra nella parte superiore, dove c’è una scatola di ingranaggi che trasmette il giro verso il basso mediante un pignone e una corona, portando la forza al centro della ruota tramite un asse spostato verticalmente. La conseguenza è che tutta la linea dell’asse resta fisicamente più alta del centro della ruota. Senza alzare la sospensione, senza montare pneumatici più grandi, senza toccare le geometrie, guadagni centimetri di altezza libera dal suolo. È tecnologia che Mercedes usa nei suoi Unimog dagli anni Cinquanta, dove l’altezza dal terreno è la differenza tra un camion che attraversa un campo infangato e un camion che rimane sepolto.

Il 6×6 militare australiano entrò in servizio attivo nel 2011. Compì i suoi obiettivi. L’ADF si mostrò soddisfatta. E dentro Mercedes, qualcuno cominciò a fare conti diversi.

L’idea civile

Axel Harries era il responsabile dello sviluppo del G-Class in quel momento. La sua squadra, insieme agli ingegneri AMG, guardarono il 6×6 militare e si posero la domanda evidente: cosa succederebbe se ci mettessimo dentro il V8 biturbo del G63 normale? La risposta, sulla carta, era una follia elettrizzante. Nella pratica, richiedeva di riprogettare parecchie cose, ma nessuna impossibile. Il telaio, le sospensioni, gli assi e la trasmissione erano già collaudati. Bisognava solo adattare il gruppo motopropulsore, allungare il passo a 4.196 mm (300 mm più del G63 standard), aggiungere una cabina a quattro sedili individuali e un cassone aperto dietro, e vestirlo di AMG.

Il prototipo civile fu presentato nel febbraio 2013, a Dubai, prima del Salone di Ginevra. Il nome tecnico era Mercedes-Benz G63 AMG 6×6. Il nome commerciale, “l’ultimo capriccio del deserto”. La produzione partì a fine 2013 nello stesso stabilimento Magna Steyr a Graz che produceva i militari australiani. La differenza: questi portavano interno in pelle, cassone rivestito in bambù, e un V8 biturbo da 5,5 litri sotto il cofano.

La meccanica civile

Il motore è l’M157, il V8 da 5.461 cc con due turbocompressori che AMG monta sul G63 standard e sull’E63, sul CLS63, sul ML63 e sull’intera lista di prodotti AMG del momento. Nel 6×6 eroga 544 CV (400 kW) a 5.500 giri e 760 Nm di coppia da 2.000 giri. È il motore più venduto del catalogo AMG di quel decennio, montato a mano ad Affalterbach con la targhetta firmata dal singolo tecnico (“one man, one engine”) applicata al blocco. Qui va abbinato al cambio automatico 7G-Tronic a sette rapporti, leggermente ricalibrato per gestire la trasmissione verso tre assi al posto di due.

La trasmissione è il dettaglio interessante. Riduttore a due rapporti: 0,87:1 per uso su strada e 2,16:1 per riduzione. Cinque differenziali bloccabili elettronicamente. Quando il conducente preme i tre pulsanti sul cruscotto, il bloccaggio totale si attiva e l’auto ripartisce la forza al 30% sull’asse anteriore, 40% sull’asse centrale, 30% sull’asse posteriore. Le sei ruote girano obbligatoriamente alla stessa velocità. Se una ruota perde contatto con il suolo, le altre cinque continuano a spingere. Se tre ruote perdono contatto, le altre tre continuano a spingere.

Le sospensioni sono rigide sui tre assi, con molle elicoidali e ammortizzatori Öhlins a gas adattati specificamente. L’anteriore usa le molle rinforzate del G-Class blindato. I posteriori portano molle di durezza diversa tra il primo asse posteriore (più duro) e il secondo (più morbido), per ottimizzare la ripartizione delle forze. Gli pneumatici sono da 37 pollici, montati su cerchi beadlock da 18 pollici. E tutto il sistema porta integrato un compressore d’aria collegato a quattro serbatoi da venti litri ciascuno, che permette di cambiare la pressione dei sei pneumatici mentre si viaggia. Da 0,5 bar per sabbia a 2,0 bar per asfalto, in meno di venti secondi. Senza scendere dall’auto.

Le cifre

Il 6×6 pesa 4.083 chili a vuoto. Quattro tonnellate lunghe. È l’auto più pesante che Mercedes-Benz abbia mai venduto come prodotto stradale. Misura 5.875 mm di lunghezza, 2.110 mm di larghezza, 2.210 mm di altezza. L’altezza libera dal suolo, grazie agli assi portale, è di 460 mm. La capacità di guado, un metro. Il passo tra l’asse anteriore e l’ultimo posteriore è di 4.196 mm, paragonabile a quello di un furgone Sprinter a tre assi. La distanza dal suolo sotto gli assi portale è così generosa che si può passare camminando sotto l’auto senza abbassarsi troppo.

Nonostante tutto ciò, lo 0-100 km/h arriva in 7,8 secondi secondo i dati ufficiali (Auto Express e Autocar registrarono tempi leggermente inferiori nelle loro prove a Dubai, sotto i sei secondi). La velocità massima è limitata elettronicamente a 160 km/h, non perché il motore non possa di più ma perché gli pneumatici non sono omologati per velocità superiori. Consumo medio in uso reale, tra 25 e 30 litri per cento chilometri. Capacità del serbatoio: due tanche separate che sommano 159 litri. Autonomia reale: circa 500 km.

Come si guida

Questo è quello che distingue il 6×6 da qualsiasi altra auto estrema della storia. Lo raccontano, parola per parola, i collaudatori che vi ebbero accesso nelle dune di Dubai durante i lanci del 2013 e 2014: l’auto è straordinariamente facile da guidare. Una volta salito (hai bisogno di un gradino laterale perché il piano di calpestio è a più di mezzo metro di altezza), tutto quello che vedi dalla cabina è lo stesso G63 normale. Il quadro strumenti, il volante, i sedili anteriori, sono identici. La colonna dello sterzo è verticale, i finestrini sono piatti, gli specchi sono gli stessi. Se non fosse per i tre pulsanti extra sul cruscotto per i bloccaggi, potresti pensare di essere in un G63 con la cabina più alta.

E poi premi l’acceleratore. Quattro tonnellate si mettono in movimento senza protestare. Il V8 biturbo è ampiamente sufficiente per muovere quel peso, e la risposta è sorprendentemente rapida per una macchina di quelle dimensioni. Il cambio automatico cambia con dolcezza. Lo sterzo, sebbene pesante, ha una sensazione diretta. E il passo extra-lungo, invece di generare un’esperienza scomoda, dà una stabilità longitudinale che il G63 normale non ha. In autostrada, il 6×6 attraversa la corsia a 120 km/h con meno rollio e meno beccheggio del G63 standard. È il peso morto del terzo asse a stabilizzare il complesso.

Nel deserto, dove fu concepito e dove furono provate tutte le unità prima di uscire di fabbrica, la cosa cambia di livello. Collaudatore britannico, in movimento, sulle dune di Al Maha vicino a Dubai: “non c’è pendenza troppo ripida, non c’è duna troppo alta, e dopo 45 minuti del castigo più aggressivo che ho visto sulla sabbia, quest’auto non fa nemmeno un cigolio”. Le sei ruote che lavorano con i cinque bloccaggi attivi producono una capacità di trazione così assoluta che l’auto si rifiuta fisicamente di rimanere impantanata. Quando una ruota perde appoggio, cosa che succede costantemente saltando tra dune, ce ne sono cinque altre che continuano a spingere. Quando diverse perdono appoggio contemporaneamente, le rimanenti fanno il lavoro. Il 6×6 non si impantana perché non può. È una proprietà geometrica più che meccanica.

L’unica cosa che fallisce in quel deserto è il buon senso del conducente. La sensazione di invincibilità che genera l’auto ti porta a tentare cose che in qualsiasi altro veicolo sarebbero suicide: discese verticali per una parete di duna, salite in retromarcia, guadi di un metro d’acqua a 60 km/h. Il 6×6 le fa tutte senza esitare. La leggenda di Top Gear, che gli diede 9 su 10 nella sua prova iniziale, lo riassunse come “il miglior giocattolo per bambini grandi mai inventato”.

Perché non arrivò mai negli Stati Uniti

Nonostante il successo in Medio Oriente e la lista d’attesa globale, il 6×6 non fu mai venduto ufficialmente negli Stati Uniti. La ragione è la stessa di tante auto europee estreme dell’epoca: la NHTSA e l’EPA non gli diedero omologazione. Il consumo medio (tra 25 e 30 l/100 km nel mondo reale) lo escludeva dalla normativa CAFE, gli pneumatici da 37 pollici non rispettavano le norme di protezione al pedone, l’altezza dei fari era fuori dalla range legale statunitense. Mercedes calcolò il costo di adattamento e decise che non valeva la pena per una produzione così limitata. Gli acquirenti americani dovettero aspettare la regola dei 25 anni o comprare attraverso importazioni parallele.

Il mercato reale fu il Medio Oriente. Dubai, Abu Dhabi, Riyad, Doha. Famiglie reali, sceicchi, magnati del petrolio. Mercedes vendette le unità pianificate in questione di mesi. Ci furono anche acquirenti europei individuali (una manciata in Svizzera e a Monaco), una serie speciale per la Malesia di 15 unità con volante a destra (unica produzione RHD ufficiale del 6×6, prodotta per il conglomerato Naza World a un prezzo di 3,2 milioni di ringgit ciascuna, circa 700.000 euro), e un ordine di dieci unità convertite anche a RHD per un magnate sudafricano. Gli Stati Uniti rimasero fuori dalla lista ufficiale.

Brabus, i preparatori, i prezzi

Come ogni G della storia, il 6×6 attirò dal primo giorno i preparatori. Brabus, in particolare, fece diverse serie proprie con il 6×6 come base. Il più famoso è il Brabus B63S 700 6×6, con il motore portato a 700 CV mediante turbo più grandi, intercooler nuovi, scarichi sportivi e mappatura ricalibrata. Brabus produsse una serie limitata e vendette la maggior parte in Medio Oriente.

Le cifre attuali di mercato sono quelle prevedibili di un’auto di produzione limitata che si rivolge a un acquirente specifico. Il prezzo originale Mercedes era 510.000 dollari statunitensi al lancio. Oggi, unità in buono stato si muovono tra 800.000 e 1,5 milioni di dollari secondo specifica, chilometri e provenienza. Unità Brabus, specialmente le prime serie, hanno superato il milione all’asta. Bring A Trailer registrò nel 2023 una vendita di Brabus 700 6×6 per 1,3 milioni di dollari.

La fine e la nuova versione

La produzione del 6×6 si fermò nel maggio 2015. L’ultima unità uscì da Graz in quel mese. Mercedes aveva annunciato ufficialmente che il modello era esaurito a inizio 2015 per preservare la sua esclusività, sebbene avessero venduto più unità di quelle inizialmente pianificate. La cifra finale supera le 100 unità civili, contando le varianti ufficiali e la serie della Malesia.

Nel 2022, Mercedes lanciò il G63 4×4 Squared (4×4²) sulla nuova piattaforma W464. È un G63 con assi portale ma solo quattro ruote, non sei. Offre l’altezza libera e la presenza del 6×6 senza il terzo asse. È una versione più accessibile, più maneggevole, e tecnicamente meno estrema. Non è un sostituto del 6×6. È un compromesso. E proprio per questo, il 6×6 originale è passato a occupare un posto speciale nel catalogo storico di Mercedes: l’ultima auto civile del marchio che fu costruita senza compromessi.

Il senso dell’auto, visto da fuori

C’è chi dice che il 6×6 è una vanità. Che è un’auto che non serve a niente di pratico, che l’hanno comprata solo sceicchi con troppo denaro, che è un simbolo di eccesso industriale in un’epoca che già cominciava a parlare di elettrificazione ed efficienza. E tutto questo è vero. Ma è vero anche l’altro: il 6×6 è il momento esatto in cui l’ingegno militare e il lusso civile si incrociarono nella stessa auto, e nessuno nella catena di decisioni mise il freno alla faccenda.

E qui, per il lettore italiano che è cresciuto sentendo parlare del G-Wagen come “il fuoristrada dei ricchi tedeschi”, vale la pena di raccontare quello che il 6×6 è dal punto di vista industriale: il caso più chiaro degli ultimi vent’anni in Europa di come una piattaforma militare validata sul campo si trasformi in oggetto di lusso senza perdere la propria integrità tecnica. Nel mercato italiano, questo tipo di lettura industriale è raro. In Italia il G-Wagen si tratta come oggetto di stile, si fotografa nei magazine di lifestyle davanti agli hotel di Portofino, si menziona nelle riviste come simbolo di successo economico. Ma non si racconta praticamente mai la parte tecnica: che le sospensioni vengono dal G-Class blindato, che gli assi portale vengono dall’Unimog, che il motore viene dall’E63 berlina, che la cabina viene dal G63 standard, che il cassone aperto è nuovo, rivestito di bambù lucido, con barra antiribaltamento in acciaio inossidabile. Che il compressore pneumatico è un sistema progettato specificamente per l’auto. Che gli pneumatici sono una misura unica sul mercato civile. È un’auto che prende pezzi da cinque prodotti militari e sportivi diversi, li combina con criterio, e produce qualcosa che prima non esisteva.

E per questo funziona. Perché non è un capriccio di marketing. È un capriccio di ingegneri che decisero, in un momento determinato, che volevano vedere fino a dove potevano portare un G-Class prima che si rompesse qualcosa. La risposta si rivelò essere: parecchio più lontano di quanto sembrava. Il 6×6 non si rompe. I dati di manutenzione post-vendita, accessibili attraverso la rete ufficiale Mercedes-Benz Classic, mostrano tassi di incidenza meccanica straordinariamente bassi per un’auto così complessa. La ragione è semplice: ogni pezzo individuale del 6×6 è già validato in applicazioni militari o in applicazioni AMG. Non c’è nulla di nuovo nell’auto. Ci sono solo pezzi conosciuti, combinati in una maniera nuova.

L’ultimo della sua specie

Quando Mercedes presentò il G63 6×6 nel 2013, il marchio era in un momento concreto della sua storia. Il G-Class stava per compiere 35 anni in produzione, era stato rumoreggiato come modello in pericolo di estinzione diverse volte (specialmente nel 2005, quando Dieter Zetsche dovette confermare pubblicamente che l’auto andava avanti), e AMG cercava di dimostrare che poteva fare pazzie a un livello che nessun concorrente poteva eguagliare. Il 6×6 compì le due missioni: diede al G-Class un capitolo definitivo nella sua mitologia, e posizionò AMG come l’unico marchio premium capace di trasformare un veicolo militare in un oggetto di lusso estremo.

Oggi, guardato in prospettiva, il 6×6 è probabilmente l’ultima auto civile dell’era pre-elettrificazione che fu costruita senza pensare a consumi, emissioni o efficienza. È un V8 biturbo da 5,5 litri che muove quattro tonnellate con sei ruote motrici e consuma quello che deve consumare. Nel 2030, quando l’auto elettrica avrà cancellato dal catalogo questo tipo di macchine, il 6×6 continuerà a essere quello che è: l’ultimo grande capriccio industriale di Mercedes-Benz, prodotto a mano in uno stabilimento austriaco dalla stessa gente che costruisce i G-Wagen di qualsiasi esercito del mondo.

Solo poco più di 100 persone in tutto il mondo ne hanno uno. Il resto possiamo solo raccontare la storia. E mentre la raccontiamo, ricordiamo che tutto quello cominciò in un ufficio del Ministero della Difesa australiano nel 2007, con un funzionario che apriva un concorso per sostituire vecchie Land Rover. Senza quella gara, non c’è 6×6 militare. Senza 6×6 militare, non c’è 6×6 civile. Senza 6×6 civile, AMG non ha la prova definitiva di fino a dove può arrivare. E senza quella prova, il G-Class probabilmente sarebbe scomparso nel 2018, quando la seconda generazione entrò in produzione. Il 6×6 salvò il G-Class dalla lista dei modelli cancellati. E glielo restituì con gli interessi.

Controlla di essere ancora vivo.

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