Il Biscione dell’Alfa Romeo non è milanese: è un emblema dinastico dei Visconti che Milano ha adottato dopo

il biscione di milano

Chiunque nasce a Milano o ci vive da qualche anno considera il biscione un simbolo automatico della città. Duomo, Madonnina, biscione. Terzo elemento della trinità visuale milanese. Talmente incorporato nell’immagine urbana della città che nessuno si ferma più a chiedersi da dove venga esattamente o cosa rappresenti letteralmente. Compare sui pali della luce, sui tombini, sulle fontanelle pubbliche, sui muri dei palazzi storici, sui cofani delle Alfa Romeo parcheggiate lungo il naviglio. Come se fosse sempre stato lì. Come se fosse una scelta comunale del municipio milanese.

Non lo è. Il biscione non è un emblema municipale milanese. È l’emblema dinastico specifico della famiglia dei Visconti, la casata feudale che governò il Ducato di Milano dal 1277 al 1447 e che adottò il serpente coronato come simbolo araldico intorno all’undicesimo secolo. Quando Alfa Romeo scelse di metterlo sull’emblema del suo primo modello nel 1910, non stava adottando un simbolo civico di Milano. Stava adottando l’emblema araldico di una dinastia feudale medievale italiana che aveva perso il potere quasi cinque secoli prima. Il fatto che oggi il biscione sia percepito come “milanese” invece che “visconteo” è il risultato di un processo di appropriazione simbolica lunga sette secoli, nel quale la marca automobilistica ha giocato un ruolo determinante negli ultimi cento e sedici anni.

Questo pack va sulla storia reale del biscione. Sulla sua origine dinastica, sulle diverse interpretazioni del “hombre-che-esce-dalla-bocca” che ha avuto in sette secoli, sulla scelta grafica di Alfa Romeo del 1910, e sui riappropriazioni contemporanee — inclusa quella di Fininvest — che hanno progressivamente addolcito un simbolo di conquista medievale nel logo commerciale che oggi conosci.

L’origine viscontea: undicesimo secolo, Anguaria e etimologia

I Visconti non erano nobili di antica origine imperiale. Erano signori di Anguaria, un piccolo territorio nell’attuale Lombardia. Il loro cognome derivava dal titolo feudale “vicecomes” (vice-conte), che indicava una posizione amministrativa subordinata al conte imperiale. Il primo Visconti storicamente documentato con quel titolo risale all’undicesimo secolo. Non erano principi. Erano funzionari feudali di secondo livello.

Secondo l’analisi araldica di Michel Pastoureau nel volume “Medioevo simbolico” (uno dei riferimenti accademici principali della simbologia medievale europea), l’origine del biscione visconteo è probabilmente puramente linguistica. Il nome “Anguaria” evoca il latino “anguis”, che significa “serpente”. La famiglia dei signori di Anguaria adottò il serpente come simbolo araldico per allusione fonetica al proprio toponimo di origine. Nessuna leggenda eroica. Nessuna epica delle Crociate. Un semplice gioco di parole latino-volgare del basso Medioevo.

Il problema di questo tipo di origine era che, entro il quattordicesimo secolo, i Visconti erano diventati una delle famiglie più potenti d’Italia settentrionale, avevano assunto il titolo di Duchi di Milano nel 1395 grazie a Gian Galeazzo Visconti, e avevano bisogno di una genealogia simbolica più prestigiosa di “signori di un piccolo territorio con nome che suona come serpente”. Nella metà del quattordicesimo secolo, i Visconti introdussero una leggenda eroica per nobilitare la propria origine simbolica, sostituendo l’etimologia poco nobile con narrazioni epiche a scelta.

Le tre leggende medievali del biscione

Le principali leggende medievali che spiegavano l’origine del biscione visconteo si articolarono su tre versioni principali, tutte convenienti al progetto di riabilitazione simbolica della casata dei Visconti:

Leggenda uno — Ottone Visconti e il saraceno delle Crociate. Il capostipite della casata avrebbe adottato lo stemma strappandolo a un cavaliere infedele ucciso durante una delle Crociate in Terra Santa. La figura umana che esce dalla bocca del serpente rappresentava il saraceno vinto e simbolicamente divorato dal vincitore cristiano milanese. Versione utile per legittimare la casata come partecipante alle imprese militari cristiane europee del dodicesimo secolo.

Leggenda due — Uberto Visconti e il drago Tarantasio. Secondo la versione tramandata dal monaco milanese Galvano Flamma nel Trecento, Uberto Visconti (capostipite della dinastia dei signori di Milano) avrebbe ucciso il drago Tarantasio, una creatura mostruosa che infestava le acque del Lago Gerundo e devorava i bambini della campagna lombarda. Il “biscione” non sarebbe un serpente ma un drago sconfitto, e il “bambino” che esce dalla bocca sarebbe una vittima del drago liberata simbolicamente dall’eroe. Il culto dei santi uccisori di draghi (San Giorgio, San Michele) era diffusissimo nel Medioevo europeo e forniva un modello narrativo direttamente utilizzabile per la nobilitazione della casata milanese.

Leggenda tre — Ottone Visconti arcivescovo e il serpente del quinto secolo. Una versione successiva collegò il biscione a un episodio del quinto secolo (secoli prima della fondazione documentata della casata Visconti), quando un enorme serpente terrorizzava e mangiava i bambini milanesi e fu ucciso in combattimento dal “arcivescovo pio di Milano” Ottone Visconti. Questa versione fondeva le due precedenti tirandosi indietro nel tempo l’atto fondativo dinastico e legittimando i Visconti come protettori storici e religiosi di Milano.

Nessuna delle tre leggende è documentata storicamente. Sono tutte narrative auto-legittimanti prodotte tra il tredicesimo e il quindicesimo secolo per sostituire l’etimologia semplice del “signori di Anguaria” con un pedigree epico più adeguato alle ambizioni politiche della casata. La casata Visconti costruì il proprio prestigio simbolico esattamente come lo costruivano tutte le altre casate feudali europee dell’epoca: attraverso leggende funzionali ai propri obiettivi politici del momento.

Sopravvivenza attraverso Sforza, Spagna, Napoleone

Quando Filippo Maria Visconti morì nel 1447 senza eredi maschi, il ducato di Milano passò tramite matrimonio a Francesco I Sforza, che aveva sposato Bianca Maria Visconti (figlia illegittima di Filippo). Gli Sforza avrebbero governato Milano formalmente fino al 1535 e sostanzialmente fino al 1499 (arrivo dei francesi). Gli Sforza mantennero il biscione nella loro heraldica personale, incorporandolo come continuità dinastica con la casata Visconti. La ragione era prevalentemente politica: legittimare la propria successione al ducato attraverso la continuità simbolica con la dinastia precedente.

Il biscione sopravvisse anche alla dominazione spagnola di Milano (1535-1706, quasi due secoli di controllo asburgico-spagnolo del ducato), alla dominazione austriaca (1706-1859 con parentesi napoleonica), all’unificazione italiana (1859-1861), all’Italia liberale (1861-1922), al regime fascista (1922-1943), alla Repubblica italiana (dal 1946). Sette secoli di continuità simbolica del biscione, attraverso quasi tutte le dominazioni politiche del ducato di Milano.

Questa sopravvivenza è la chiave dell’appropriazione simbolica progressiva. Ogni potere politico che governò Milano lasciò il biscione al suo posto, perché rimuoverlo sarebbe stato più oneroso politicamente che tollerarlo come simbolo civico locale. Nei sette secoli di trasferimenti dinastici e imperiali, il biscione si trasformò progressivamente da emblema araldico specifico dei Visconti in simbolo civico generico di Milano. La memoria dell’origine dinastica si annacquò con i secoli. Verso l’inizio del ventesimo secolo, il biscione era percepito dai milanesi comuni come “simbolo della città”, non come “simbolo dei Visconti”.

Milano 1910: la scelta di Romano Cattaneo

Nel 1910 in Portello, a Milano, quando il consiglio di amministrazione della neonata A.L.F.A. (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili) chiese al direttore tecnico Giuseppe Merosi di preparare un emblema per la prima vettura della marca (la 24 HP che sarebbe stata lanciata nel marzo del 1911), Merosi consultò la propria squadra dell’Ufficio Tecnico. Un giovane disegnatore interno, Romano Cattaneo (fratello di Giuseppe Cattaneo, progettista di Isotta Fraschini), propose di utilizzare il biscione visconteo. La proposta è arrivata da un aneddoto casuale.

Secondo la ricostruzione documentata da diverse fonti storiche, Cattaneo si trovava in attesa del tram alla fermata di piazza Castello (davanti al Castello Sforzesco) o presso Porta Ticinese (le versioni divergono leggermente), quando osservò lo stemma del biscione riprodotto in una delle molte manifestazioni pubbliche del simbolo in Milano centrale. L’idea di usarlo come emblema dell’automobile italiana lo colpì immediatamente. Ne fece uno schizzo e lo propose a Merosi. Merosi approvò l’idea e la fece completare da Cattaneo stesso. Il disegno finale ricevette l’approvazione formale di Ugo Stella, presidente e amministratore delegato A.L.F.A.

Nel 1910, quando Cattaneo scelse il biscione per l’emblema Alfa, lo scelse come simbolo di Milano, non come emblema dinastico Visconti. La distinzione era già persa nella percezione popolare milanese. Il biscione era, per un impiegato dell’Ufficio Tecnico di una fabbrica di automobili nel 1910, un simbolo civico di appartenenza territoriale alla città lombarda. La memoria della sua origine feudale medievale era diventata storia specialista, non conoscenza popolare comune. Il paradosso storico è che Alfa Romeo, adottando il biscione nel 1910, ha probabilmente contribuito più di qualsiasi altra istituzione moderna alla trasformazione definitiva del biscione dinastico Visconti in biscione civico milanese.

Il primo emblema del 1910

L’emblema disegnato da Cattaneo e approvato da Stella era circolare, in ottone smaltato, di 65 millimetri di diametro. Presentava tutti gli elementi visuali che oggi trovi sull’emblema Alfa Romeo di ogni vettura del 2026:

  • A sinistra, in campo bianco, la croce rossa di San Giorgio, simbolo storico della città di Milano (identica alla croce di San Giorgio utilizzata per la bandiera dell’Inghilterra e per lo stemma della città di Genova).
  • A destra, in campo azzurro chiaro, il biscione verde con figura umana che esce dalla bocca, l’emblema dinastico Visconti nella sua rappresentazione classica del basso Medioevo.
  • Attorno, in caratteri d’oro su anello blu, le parole ALFA (sopra) e MILANO (sotto).
  • Separati dalle parole, due nodi savoiardi in riferimento alla Casa Savoia allora regnante d’Italia.

Il disegno completo unificava sotto un unico emblema due tradizioni araldiche italiane distinte: la croce di Milano (municipale) e il biscione Visconti (dinastico), presentandole entrambe come parte integrante dell’identità milanese moderna. Cattaneo, senza rendersi conto, aveva riunito graficamente un simbolo civico e un simbolo dinastico che nel Medioevo appartenevano a due poteri distinti: il comune milanese (che aveva la croce di San Giorgio) e la casata Visconti (che aveva il biscione). L’unificazione grafica del 1910 è probabilmente una delle sintesi araldiche urbane più efficaci mai realizzate in Europa.

Fininvest 1978 e la sostituzione del bambino con un fiore

Salto di quasi sette decenni. Nel 1978, Silvio Berlusconi fondò a Milano Fininvest, la holding di controllo del suo gruppo imprenditoriale (media, edilizia, distribuzione, sport). Quando Fininvest scelse il proprio logo, la decisione ricadde sul biscione visconteo, in continuità con la tradizione simbolica milanese. Ma il biscione di Fininvest non è identico a quello di Alfa Romeo. Presenta una modifica visuale specifica e deliberata: la figura umana che esce dalla bocca del serpente è stata sostituita da un fiore stilizzato.

Il motivo ufficiale della modifica non è mai stato dichiarato apertamente da Fininvest, ma le interpretazioni contemporanee dei comunicatori del gruppo convergono su una spiegazione plausibile: la rappresentazione classica del biscione con la figura umana (interpretabile come bambino divorato o saraceno vinto) era considerata potenzialmente controversa per un marchio commerciale moderno di massa. Un simbolo dinastico feudale con connotazioni di divorimento umano non era ideale per una holding che voleva presentarsi come corporation civile contemporanea. La sostituzione del bambino/saraceno con un fiore addolciva radicalmente il simbolo mantenendone la riconoscibilità milanese.

Questa modifica visuale del 1978 è tra le più significative interpretazioni contemporanee del biscione dinastico. Ha stabilito il precedente che il “hombre che esce dalla bocca” era, nell’Italia commerciale moderna, un elemento visualmente problematico che poteva essere rimosso o sostituito senza compromettere la milanesità del simbolo. La differenza tra il biscione Alfa Romeo (che ha mantenuto la figura umana per 116 anni consecutivi) e il biscione Fininvest (che l’ha rimossa dal 1978) è una scelta comunicativa deliberata che vale la pena osservare come dato culturale contemporaneo.

Il biscione nel 2026: Alfa Romeo, Inter, Fininvest, e altri

Nel 2026, il biscione visconteo continua ad avere presenza attiva in diverse istituzioni italiane contemporanee:

Alfa Romeo: la marca automobilistica ha mantenuto il biscione classico (con figura umana) sull’emblema di ogni vettura prodotta dal 1910. Nessuna modifica grafica sostanziale al biscione stesso nei 116 anni di storia della marca. La modifica introdotta con l’emblema della Giulia del 2015 ha semplificato il bordo e la tipografia, ma il biscione al centro è rimasto invariato.

F.C. Internazionale Milano (Inter): il club calcistico milanese fondato nel 1908 utilizza il biscione come uno dei propri simboli iconografici principali. “La bissa” (biscia in dialetto milanese) è uno degli appellativi tradizionali dell’Inter. Il biscione appare nelle divise della squadra, nel merchandising ufficiale, e nelle rappresentazioni grafiche del club. Nel logo Inter attuale il biscione non è graficamente presente ma rimane parte importante dell’iconografia mnemonica del club.

Fininvest: come descritto sopra, holding controllata dalla famiglia Berlusconi, con biscione stilizzato con fiore al posto della figura umana.

Vari comuni della Lombardia: molti comuni che facevano storicamente parte del Ducato di Milano visconteo o sforzesco mantengono il biscione nei propri stemmi civici come testimonianza storica della dipendenza feudale medievale dal ducato milanese.

CUS Milano Rugby: società sportiva universitaria di Milano.

Nessuna di queste istituzioni contemporanee utilizza il biscione come emblema dinastico. Tutte lo utilizzano come simbolo civico o territoriale milanese. La trasformazione simbolica dell’ultimo secolo, accelerata dall’ubiquità visiva di Alfa Romeo, ha completato il processo di appropriazione civica del biscione visconteo che era iniziato con la caduta della dinastia nel 1447 e si era prolungato per cinque secoli di dominazioni spagnole, austriache, napoleoniche, italiane. Nel 2026, dire “biscione” a un milanese significa dire “Milano”. Non significa più dire “Visconti”.

La unicità di Alfa Romeo nel panorama automobilistico mondiale

Vale la pena chiudere con un dato di contesto industriale. Alfa Romeo è, con ragionevole certezza, l’unica marca automobilistica mondiale che porta nel proprio emblema commerciale primario un simbolo araldico dinastico medievale specifico. Le altre grandi marche automobilistiche europee e mondiali usano simboli generici, geometrici, o creati ex novo per il marketing industriale.

Ferrari usa il Cavallino Rampante, adottato da Enzo Ferrari nel 1929 in memoria del pilota italiano Francesco Baracca (morto nel 1918 nella Prima Guerra Mondiale). Il cavallino veniva dallo stemma familiare di Baracca. È un tributo personale funebre, non un emblema dinastico. Porsche usa lo stemma dello Stato Libero di Württemberg-Hohenzollern (regione tedesca), che è una eredità stemmica regionale ma non specificamente dinastica. Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz, Audi, Peugeot, Renault, Citroën utilizzano simboli industriali, geometrici o commerciali creati specificamente per la marca automobilistica.

Solo Alfa Romeo porta sul cofano di ogni vettura prodotta una casata feudale medievale italiana. Il biscione visconteo del 1910 è una scelta grafica singolare nel panorama industriale automobilistico mondiale, e la sua sopravvivenza per 116 anni consecutivi senza modifiche sostanziali fa di questa scelta una delle più stabili continuità visuali della storia dell’industria automobilistica europea. Ogni volta che vedi il biscione sul cofano di una Giulia moderna in via Manzoni a Milano, stai vedendo il simbolo araldico di una famiglia feudale che ha smesso di governare la città 579 anni fa. E la maggior parte dei passanti non lo sa.

Controlla di essere ancora vivo.

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