Sette peccati

golf mk1 cabriolet

C’è una scena che non mi esce dalla testa.

Un uomo si consegna. Si inginocchia in mezzo al deserto, con le mani sporche, e invece di nascondere quello che ha fatto lo spedisce dentro una scatola. Non ha ucciso per uccidere. Ha ucciso per dare una lezione. Ogni corpo che ha lasciato dietro di sé era un peccato capitale illustrato con la precisione di un chirurgo: il goloso fatto scoppiare mangiando, l’avaro dissanguato, il superbo costretto a scegliere tra morire e vivere sfigurato. Sette corpi, sette lezioni. Un sermone scritto con le vittime.

Se hai visto Seven sai di cosa parlo. E se non l’hai visto, smetti di leggere, guardalo e torna. Perché ti rovino il finale per intero.

Quello che rende grande quel film non è che vinca il cattivo. È che John Doe non ti combatte e non scappa: si siede, ti consegna la sua opera alla luce del sole e ti obbliga a guardarla. La tensione non si risolve nascondendo niente. Si risolve mostrando tutto. Esci scosso, non sollevato.

Sono più di 30 anni che vivo in mezzo alle macchine, e ne ho una in garage che mi fa esattamente quello che quella scatola fa al detective. Una Golf Mk1 Cabriolet. La mia bambina. E un giorno ho capito che quella macchina è un sermone di sette peccati, come il film. Solo che ci ho messo anni ad aprire la scatola e vedere chi era il peccatore.

Te lo racconto in ordine. Come Doe.

Primo peccato: superbia

Nessuno aveva chiesto a Karmann di fare questa macchina.

La cosa qui la sapete bene, in Italia il nome Karmann pesa: sono quelli che hanno vestito mezza Europa, dalla Beetle Cabrio in giù. Ma la Golf senza tetto non l’aveva ordinata Volkswagen. Se la sono inventata loro, gli osnabrücker, tagliando il tetto a una Golf di loro iniziativa e presentandosi a Wolfsburg nel 1976 a dire al colosso: guardate cosa abbiamo fatto senza di voi.

Questa è superbia di quella buona. La faccia tosta di credere di poter migliorare la macchina di un altro senza chiedere. E il prototipo che portarono era da togliersi il cappello: senza barra, la linea posteriore piatta, la capote che spariva sotto il montante. Liscio, pulito, perfetto. Il massimo del disegno squadrato di Giugiaro, ma a cielo aperto. La scatola da scarpe più elegante che ti puoi immaginare.

E qui c’è un dettaglio che voi italiani apprezzerete più di chiunque altro, perché il disegno lo firma uno dei vostri. Quella scatola perfetta l’aveva tirata Giorgetto Giugiaro, e la Golf la considerava il disegno più importante della sua carriera. Ma non gli avevano dato un foglio bianco: Volkswagen gli consegnò un pacchetto chiuso, misure fissate, motore trasversale, trazione anteriore, tutto già deciso. Giugiaro non disegnò una macchina da zero. Disegnò la pelle di uno scheletro già imposto. E dentro quella gabbia di vincoli tirò fuori una delle carrozzerie più pulite mai fatte. Poi arrivò Karmann e le tolse pure il tetto.

Karmann peccò di superbia. E ne uscì una meraviglia.

Secondo peccato: ira

Volkswagen rispose con un pugno sul tavolo.

Il capo della sicurezza della casa, un certo Ernst Fiala che chiamavano il Papa della Sicurezza, guardò quel prototipo splendido e disse tre parole: non senza barra. Niente discussioni, niente vie di mezzo, niente ascolto. O barra, o niente macchina.

Così a Karmann non restò che prendere una barra antiribaltamento e saldarla ai montanti B, da lato a lato, attraversando la macchina nel mezzo, esattamente dove non volevano assolutamente niente. Trapassarono con un tubo d’acciaio il disegno più pulito che avessero mai partorito, con la forza.

Imposizione pura. Un pezzo grosso in giacca e cravatta che passa sopra il lavoro di un altro perché comanda lui e basta. Ira istituzionale. Ed è qui che la storia poteva andare a puttane.

Terzo peccato: avarizia

Ma attenzione, perché la barra non fu paura che qualcuno si facesse male. Fu paura di perdere soldi.

Fiala guardava con la coda dell’occhio a una legge americana sulla protezione in caso di ribaltamento che si vedeva arrivare con forza alla fine degli anni settanta, e che minacciava di tagliare fuori dal mercato più grande del mondo qualsiasi cabriolet senza struttura. Gli Stati Uniti erano la miniera. E senza barra, non c’era modo di venderci il giorno in cui la legge avesse stretto. O barra, o addio al mercato che dava davvero i soldi.

Quindi la barra non nacque dalla sicurezza. Nacque dal conto economico. Dal calcolo freddo di non restare fuori da dove c’erano i soldi. Avarizia in camice bianco, travestita da prudenza. L’imposizione aveva un movente, e il movente era la cassa.

Quarto peccato: invidia

Perché guarda cosa faceva chiunque altro in quegli anni con un problema del genere.

La Porsche 911 Targa aveva il suo roll-bar. Mezzo mercato delle cabriolet dell’epoca nascondeva i suoi rinforzi, li rivestiva, li integrava in qualcosa che sembrasse altro, li mascherava con cromature e modanature perché non si notasse la toppa. L’industria intera invidiava la linea pulita che aveva perso e fingeva di non averla persa. Truccava il cadavere perché sembrasse vivo.

Karmann poteva fare lo stesso. Prendere il ferro imposto e mascherarlo fino a farlo sparire. Chiedere scusa per la barra. Nasconderla come tutti nascondono ciò di cui si vergognano.

Non lo fece. Ed è lì che si stacca dal gregge.

Quinto peccato: accidia

Lasciò la barra grezza.

Senza rivestimento, senza rifinitura, senza una cromatura che la addolcisse, senza una fodera che la mascherasse. Un ferro nudo che attraversa tutta la macchina, in bella vista, come il manico di un cesto. Il “peccato” di non essersi preso la briga di nascondere ciò che dovrebbe metterti in imbarazzo.

I tedeschi, che con i soprannomi non hanno filtri, la battezzarono all’istante con due nomi che dicono tutto: Erdbeerkörbchen, cestino delle fragole. E Henkelmann, il portavivande col manico che l’operaio si portava al lavoro. Cestino delle fragole. Portavivande. Nessuno finse che fosse elegante. Le diedero il nome di ciò che era: un manico brutto in mezzo a una macchina.

Ma quell’accidia nel mascherare era in realtà la decisione più coraggiosa di tutto il progetto. Karmann non nascose l’imposizione. La consegnò alla luce del sole, a testa alta. Esattamente come Doe che consegna ogni corpo: non firmato, ma mai nascosto, costringendoti a guardare.

Sesto peccato: gola

E poi quel manico brutto comincia a mangiare.

Perché il ferro che sembrava peso morto non fa una cosa sola. Ne fa quattro. È la barra antiribaltamento pretesa dalla legge. È il punto di ancoraggio delle cinture anteriori. È il supporto strutturale della capote. Ed è l’unica cosa che impedisce a questa macchina di essere una scatola da scarpe come un’altra tra un milione.

Un solo elemento che divora quattro funzioni in una volta. Quello che sembrava il peccato, il superfluo, il difetto, si rivela il pezzo che lavora di più in tutta la macchina. Gola pura: si mangia tutto e per giunta le sta bene.

E non era un rattoppo appiccicato a una Golf normale. La Cabrio non usciva da una linea Volkswagen per farsi segare il tetto dopo. Era costruita interamente da Karmann, a Osnabrück, dallo stampaggio delle lamiere all’assemblaggio finale, la scocca rinforzata dalle fondamenta per vivere senza tetto. Volkswagen mandava solo motore, sospensioni e interni perché Karmann montasse tutto. La barra non era una pezza su una Golf normale: era la spina dorsale di una scocca pensata tutta attorno a quel ferro. Il peccato non stava sopra la macchina. La macchina era costruita attorno al peccato.

Settimo peccato: lussuria

Volkswagen la vendette con uno slogan che era un invito: Sun, Moon and Cabriolet. Sole, luna e cabriolet.

Diventò la macchina dell’estate. Quella col tetto giù, il braccio fuori, quella con cui si rimorchiava negli anni ottanta. La cabriolet più venduta al mondo quando la mandarono in pensione, davanti alla stessa Beetle. Quasi quattrocentomila. Karmann la fabbricò interamente a Osnabrück fino al 1993, saltando del tutto la generazione successiva della Golf, che non ebbe mai una cabriolet. Quattrocentomila macchine desiderate, fotografate, ricordate.

E sai perché la gente le ricorda? Non per la linea pulita. Quella si dimentica. Le ricorda per il ferro. Per l’errore.

Il peccatore

Quando guardi qualcuno che ha un occhio di un colore e uno di un altro, quel tizio smette di essere uno qualunque. Diventa autentico. Te lo ricordi. La faccia intera poteva essere anonima, ma quell’errore, quel difetto, quella cosa che non torna, è esattamente ciò che ti impedisce di dimenticarlo.

La barra della Golf Cabrio è un occhio di un colore diverso. Senza, la macchina è corretta e dimenticabile, il guscio pulito del prototipo mai costruito. Con, con quel ferro attraversato che in teoria la imbruttisce, non c’è altra macchina che le somigli al mondo.

Sette peccati hanno costruito quella macchina. Superbia, ira, avarizia, invidia, accidia, gola e lussuria, ognuno a saldare il suo pezzo. Ma manca il peccatore. Ed ecco la mia confessione, perché il peccatore sono io, e non ne ho commesso uno dei sette: li ho commessi tutti insieme.

Per anni ho guardato quella barra come il difetto. Il ferro che toglieva purezza a un disegno perfetto. Quello che rovinava la scatola da scarpe. Ogni volta che la vedevo pensavo al prototipo liscio mai costruito e mi dispiaceva, come se la macchina buona fosse l’altra, quella che non è mai esistita.

E il mio peccato non fu quello. Il mio peccato fu credere di avere il diritto di giudicarla. Più di 30 anni in questo mestiere, e mi sono creduto che l’esperienza mi desse l’occhio, l’autorità, il permesso di decidere cosa fosse giusto e cosa sbagliato in quella macchina. Quella fu la mia superbia. La mia avarizia di volere per me il prototipo perfetto invece della macchina vera. La mia invidia di una linea pulita che non è mai esistita. La mia accidia di non essermi preso la briga di capire perché la barra fosse lì. La somma dei sette, commessa per aver creduto di saper guardare.

Il settimo peccato di Seven non è una vittima qualsiasi. È Doe che si consegna per completare la propria opera, e il detective che si vendica per completarla del tutto. Il peccatore è sempre più vicino di quanto credi.

Me ne sono accorto un giorno qualunque, piegando la capote, con la mano chiusa su quel manico da portavivande. Una vita intera a stringere quello che credevo il difetto per aprire la macchina, senza rendermi conto che stringevo l’unica cosa che rendeva quella macchina quella macchina. Il peccatore ero io. Quello che ha giudicato l’errore senza capire che l’errore era la faccia. Quello che ha avuto bisogno di un film per aprire una scatola che aveva davanti al naso da sempre, ad attraversare la macchina da lato a lato, con due soprannomi da mercato affibbiati da mezzo paese.

Ha vinto il ferro. Come nel film ha vinto il cattivo. E come nel film, non mi lascia in pace: mi lascia a fissare quel cestino delle fragole sapendo che ha vinto lui, che avrebbe sempre vinto lui, che era il piano fin dal primo giorno e io l’ultimo a capirlo.

Controlla di essere ancora vivo.

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