Ferrari Pinin: l’auto che dimostrò che Enzo non comandava in Ferrari

Ferrari Pinin

C’è un’idea che diamo per scontata ed è falsa: che Enzo Ferrari facesse in Ferrari ciò che voleva. Il patriarca, il padrone assoluto del cavallino, che decideva a dito cosa si costruiva e cosa no. In Italia questa idea è quasi dogma. Bene, ci fu un’auto — una sola — che la smontò. Un’auto che Enzo voleva, che Enzo approvò a parole, e che comunque non fu mai costruita. Perché sopra Enzo c’era qualcuno con una calcolatrice.

Quell’auto è la Ferrari Pinin. E ve la racconto da fuori, da un’officina spagnola, perché a volte la storia di casa si capisce meglio quando la guarda uno che non ci è cresciuto dentro. La sua non è la storia di un concept anni Ottanta. È la storia di chi comandava davvero a Maranello, di un motore messo dove non doveva, e di un fantasma che ci mise trent’anni ad accendersi.

La sola berlina che la Ferrari benedisse, e per caso

Partiamo dal dato che sembra banale e non lo è. La Pinin è l’unica Ferrari a quattro porte ufficialmente sancita di tutta la storia del marchio. L’unica. In settant’anni e passa di cavallino, con tutto ciò che è uscito da Maranello, c’è una sola berlina col benestare ufficiale della casa, ed è questa. Nemmeno la Purosangue di oggi è una berlina a quattro porte in senso classico; è una crossover rialzata. Quattro porte pure, una vera sedan con lo scudo sul muso: solo la Pinin.

E qui sta il bello: non nacque nemmeno in Ferrari. Nacque in Pininfarina. Nel 1980 la carrozzeria compiva cinquant’anni e, invece di farsi una torta, Sergio Pininfarina decise di regalarsi il capriccio più caro possibile: un concept che dimostrasse di cosa fosse capace la sua casa. Non uno qualsiasi. Doveva essere una Ferrari, perché nessun marchio era così legato alla sua storia. La presentarono al Salone di Torino e la battezzarono col soprannome del fondatore della carrozzeria, Battista “Pinin” Farina.

Quindi l’unica berlina benedetta della storia Ferrari fu concepita da un fornitore per il proprio compleanno, non dall’ufficio prodotto di Maranello. Questo già ti dice che tipo di auto è: un’intrusa. Qualcosa che entrò nell’universo Ferrari dalla porta di servizio e che, contro ogni pronostico, per poco non ci restò.

Il motore stava dove non doveva, di proposito

Ecco la parte che ti fa alzare il sopracciglio se hai mai avuto un’auto smontata sul pavimento dell’officina.

La Ferrari 400 di serie, la gran turismo da cui la Pinin prese in prestito il telaio, usava il classico V12. Logico, normale. Ma per la Pinin non lo vollero. Scelsero il flat-12, il motore boxer a dodici cilindri che viveva nella Berlinetta Boxer e che poi avrebbe ereditato la Testarossa. Un motore con radici da competizione, concepito pensando alla Formula 1. E attenzione al dato, perché è davvero unico: in tutta la storia della Ferrari, la Pinin fu l’unica auto a montare quel flat-12 davanti al conducente. Sempre, senza una sola eccezione, quel motore stava dietro, in posizione centrale-posteriore. Nella Pinin stava davanti. Una volta. Mai più.

Perché una simile stranezza? Per una ragione puramente estetica, ed ecco l’ingegneria senza fronzoli: il flat-12, essendo piatto e basso, abbassa il baricentro e la linea del cofano molto più del V12, che è alto e ingombra. Un V12 a V costruisce una torre di alluminio sopra l’albero motore; un boxer la stende ai lati. Pininfarina voleva un’auto accovacciata, incollata all’asfalto, con un muso impossibile da ottenere col dodici a V tradizionale senza che il cofano sembrasse il coperchio di un pianoforte. E il boxer era la chiave. L’ironia è deliziosa: presero un motore col DNA da monoposto, pensato per vincere e per andare spoglio di lussi, e lo infilarono in una limousine pensata per portare signori in giacca al teatro, con climatizzatore bizona e telefono di bordo. Un motore da guerra in una sala da ballo. Concettualmente non c’entrava niente. Ma a livello di linea, funzionava. E in un concept d’anniversario, dove l’unica cosa che si vende è la silhouette, comandò la linea.

Detto questo, NEC non ti vende fumo. Quell’auto del 1980 era una maquette. Il motore che sfoggiava a Torino non funzionava, non era nemmeno collegato alla trasmissione. Era una scultura. A Pininfarina non importava di rumore, vibrazioni o raffreddamento, perché non ci fu mai il piano di andare oltre il prototipo. Era una dichiarazione d’intenti su ruote, non un’auto che accendevi. E questo conta per capire ciò che venne dopo, perché la Pinin passò trent’anni da cadavere bello prima di respirare per la prima volta. È un dettaglio che i cataloghi da concept d’epoca amano nascondere: la Pinin più celebrata della storia, quella che tentò Enzo, per trent’anni non fu nemmeno un’auto vera. Fu un’idea con le ruote. E le idee, in Ferrari come ovunque, hanno bisogno di qualcuno con potere che le firmi per diventare metallo.

Enzo disse sì e perse lo stesso

E arriviamo al cuore di tutto, alla parte che smonta il mito del patriarca onnipotente.

La Pinin non restò nella sala Pininfarina a prendere polvere. Andò in tournée, girò saloni per mezzo mondo, Los Angeles compresa, tra il 1980 e il 1981. E a un certo punto la mostrarono a Enzo Ferrari in persona. Il vecchio, quello che presumibilmente disprezzava tutto ciò che avesse più di due porte, rimase colpito. A tal punto da discutere seriamente di trasformarla in un modello di produzione. Per il lettore che non coglie la portata della cosa: Enzo Ferrari, in persona, che valuta di costruire una berlina. L’equivalente del Papa che pensa di aprire un cocktail bar.

Sergio Pininfarina aveva un sogno chiaro dietro il capriccio. Voleva che la Ferrari avesse una vera berlina sportiva, capace di tenere testa alla Maserati Quattroporte, alla Jaguar XJ e alla Mercedes 450SEL 6.9. Mercati di soldi seri dove la Ferrari non aveva mai messo piede. La Pinin era il cavallo di Troia per tentare Enzo a fare quel salto. E per poco non ci riuscì.

Per poco. Perché alla riunione annuale del consiglio Ferrari del 1980, il progetto cadde. Enzo, con tutto il suo entusiasmo iniziale, non lo approvò. Perché? L’ipotesi che circola, attribuita a Eugenio Alzati, punta a Vittorio Ghidella, allora presidente della Fiat, proprietaria di buona parte della Ferrari. Senza l’appoggio della Fiat, l’auto non si faceva. E la Fiat non la appoggiò.

Leggilo piano, perché qui sta la tesi NEC di tutto l’articolo: l’auto che Enzo voleva non si fece perché Enzo, in realtà, non aveva l’ultima parola. Sopra il patriarca, sopra il mito, sopra l’uomo che È la Ferrari, sedeva un consiglio Fiat con un foglio di calcolo e una logica industriale che disse no. La Pinin è la prova fisica che l’Enzo onnipotente era, in parte, una leggenda. Maranello sognava; Torino firmava. E quella volta, Torino disse no. Da fuori, dalla Spagna, questa è la cosa che colpisce di più: il tifo italiano ha costruito un Enzo-divinità, ma i documenti raccontano un uomo che, sul suo capriccio preferito, fu messo in minoranza dai contabili. Non è un dettaglio da poco. Ridimensiona il mito senza sminuire l’uomo: Enzo aveva il fiuto giusto — la berlina sportiva Ferrari sarebbe stata un affare, come la storia poi dimostrò — ma non aveva il potere di imporla. Il padrone del cavallino era, sul punto che contava, un dipendente di Torino.

Il cadavere che ci mise trent’anni ad accendersi

La storia potrebbe finire qui, con la Pinin come un altro concept morto in un museo. Ma ha un epilogo che la trasforma in altro, e che lega l’auto all’universo Ferrari in un modo che non ti aspetti.

La Pinin passò anni nella collezione Pininfarina finché nel 1993 la comprò Jacques Swaters, collezionista belga, amico di Enzo e capo dell’Ecurie Francorchamps. Nel 2008 cambiò di mano ancora, all’asta. E il nuovo proprietario prese una decisione che nessuno aveva preso in quasi trent’anni: quell’auto che non si era mai mossa con le proprie ruote lo avrebbe fatto una volta per tutte. Per il lavoro non chiamò un’officina qualsiasi. Chiamò la Oral Engineering, la ditta di Mauro Forghieri. Lo stesso Forghieri che era stato capo ingegnere della Ferrari negli anni Sessanta e Settanta, il cervello dietro le Ferrari vincenti di quell’epoca, l’uomo che conosci già se hai letto l’articolo della 330 P4.

La sfida non era uno scherzo. Il flat-12 del Boxer era montato sopra il cambio per risparmiare spazio. Sotto il cofano bassissimo della Pinin, quella configurazione non ci stava. Forghieri dovette ridisegnare tutto: supporti motore spostati in alto e in avanti, serbatoio su misura, impianto elettrico nuovo, raffreddamento rifatto da zero. E finalmente, nel 2010, trent’anni dopo essere apparsa a Torino come una maquette muta, l’unica Ferrari a quattro porte della storia si accese e si mosse con le proprie ruote.

Pensa alla simmetria. L’auto la sognò la casa che porta il nome di Pinin Farina. La volle Enzo. La seppellì la politica della Fiat. E chi finalmente le diede vita, tre decenni tardi, fu Forghieri, l’uomo che aveva fatto vincere la Ferrari in pista. Quattro nomi enormi della storia di Maranello legati a un’auto che, ufficialmente, non è mai esistita come prodotto. La Pinin è un fantasma con un albero genealogico di lusso.

L’arringa

Qui la maggior parte dei siti chiuderebbe con “e così la Pinin restò una curiosità anni Ottanta”. NEC no.

La Pinin non è una curiosità. È la prova di parecchie cose che bruciano insieme. È la prova che Enzo Ferrari non era il dio assoluto che racconta la leggenda, perché ci fu un’auto che volle e non poté avere. È la prova che l’idea migliore non vince sempre, perché la Pinin aveva quarant’anni di anticipo e la seppellirono lo stesso. Ed è la prova che nel mondo dell’auto, come quasi in tutto, arrivare troppo presto si paga tanto quanto arrivare tardi.

Perché guarda l’ultima piega. Quarant’anni dopo quella Torino, ogni marchio di supercar fa berline e SUV senza che nessuno si scandalizzi. Lamborghini, Aston Martin, Porsche, tutte. E la Ferrari stessa finì per partorire la Purosangue, la sua prima quattro porte di serie, venduta a camionate e celebrata come una mossa da manuale. Ciò che nel 1980 era un’eresia che la Fiat uccise, nel 2022 fu una decisione da manuale. La Pinin non aveva torto. Era sola, ed era in anticipo, e alla fine quelle due cose le costarono tutto.

Ed è questa la domanda che lascia sospesa. Quante buone idee abbiamo sepolto in questo mondo non perché fossero cattive, ma perché arrivarono prima che il consiglio di turno fosse pronto a firmarle? La Pinin aveva ragione. Ci mise quarant’anni a dimostrarlo, e per allora nessuno si ricordava più che fosse esistita. Nel mondo dell’auto, avere ragione troppo presto è quasi peggio che sbagliarsi: chi sbaglia viene dimenticato in fretta e senza rimpianti, ma chi ha ragione in anticipo viene dimenticato con l’aggravante che qualcuno, un giorno, incasserà la sua idea spacciandola per propria.

Controlla di essere ancora vivo.

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