Hot Wheels: la macchinina da 98 centesimi che ha cresciuto più appassionati di qualsiasi rivista, e che in Italia passò anche per la Mebetoys

Hot Wheels Custom Camaro Redline del 1968

Una macchinina lunga sette centimetri e mezzo, venduta in più di sei miliardi di esemplari dal 1968, prodotta al ritmo di circa 17 al secondo, con un mercato del collezionismo in cui un singolo prototipo vale 175.000 dollari. Le Hot Wheels non sono mai state un giocattolo qualunque: sono state la prima scuola di cultura automobilistica per milioni di bambini in tutto il mondo. In Italia la storia ha un capitolo che quasi nessuno ricorda: nel 1970 la Mattel comprò la Mebetoys, uno dei marchi di modellini più amati del nostro paese. Vista dalla Spagna, dove i bambini degli anni Settanta giocavano con le Mira, le Guisval e le Pilen di casa, le Hot Wheels erano la finestra sull’America dei muscle car.

Un dirigente di giocattoli contro i Matchbox

La storia comincia nel 1966, in California. Elliot Handler, cofondatore della Mattel, la stessa azienda della Barbie, guardava suo figlio giocare con i Matchbox, i modellini inglesi che dominavano il mercato. Erano corretti, dettagliati, fedeli. E noiosi: lenti, senza anima. Handler ebbe un’idea che i suoi stessi dirigenti giudicarono folle: modellini che non solo sembrassero auto vere, ma si comportassero come tali. Veloci. Con l’atteggiamento dei muscle car e degli hot rod che rombavano sulle strade californiane.

Per farli non assunse progettisti di giocattoli. Assunse Harry Bentley Bradley, un designer della General Motors, e Jack Ryan, un ingegnere che aveva lavorato sui sistemi missilistici. Un designer di Detroit e un uomo dei razzi a disegnare macchinine. Svilupparono ruote con sospensione a barra di torsione e assali sottilissimi su boccole di plastica tecnica, che riducevano l’attrito al minimo. Bastava una spinta leggera e la macchinina partiva come se avesse un motore. Quando Handler vide il primo prototipo sfrecciare sul pavimento, si dice che esclamò: "Those are some hot wheels!". Il nome era fatto.

Chevrolet Camaro del 1967 in stile Hot Wheels

Dopo Bradley arrivarono altri designer venuti dall’auto vera. Ira Gilford, che aveva lavorato per la Chrysler, disegnò nel 1969 la Twin Mill. E nello stesso 1969 entrò in Mattel Larry Wood, che sarebbe diventato "Mr. Hot Wheels": in oltre quarant’anni di carriera ha disegnato centinaia di modelli, e il suo tavolo da disegno è stato per decenni il punto di incontro tra la Mattel e i preparatori californiani. Era gente che conosceva le auto dall’interno, non dal catalogo di un negozio di giocattoli, ed è questo che si vede ancora oggi nelle proporzioni esagerate ma credibili delle Hot Wheels: ruote enormi dietro, musi bassi, motori che escono dal cofano. Non sono caricature: sono le auto come le sogna un preparatore.

18 maggio 1968

Le Hot Wheels arrivarono nei negozi nel 1968 con la serie che i collezionisti chiamano "Sweet 16", i sedici modelli originali presentati alla fiera del giocattolo di New York. Tra loro la Custom Camaro, la Custom Mustang, la Custom Barracuda, la Custom Corvette, la Custom Firebird, la Custom Cougar, la Custom Eldorado, la Custom T-Bird, la Custom Volkswagen, il Custom Fleetside e alcuni modelli di fantasia come la Beatnik Bandit, la Deora e la Silhouette. In pratica, l’America dei muscle car in scala 1:64.

Una collezione di Hot Wheels

Ognuna aveva la vernice Spectraflame, un metallizzato trasparente steso su carrozzerie lucidate a specchio, con colori mai visti su un giocattolo. Le gomme avevano una riga rossa sul fianco, e da lì nasce l’era "Redline", dal 1968 al 1977, oggi il Santo Graal dei collezionisti. Nel primo anno si vendettero oltre 16 milioni di pezzi. I Matchbox, che dominavano il mercato da quindici anni, non si ripresero più, e nel 1997 la Mattel finì per comprare anche la Tyco, che allora possedeva il marchio Matchbox.

La Mebetoys: il capitolo italiano

Qui entra in scena l’Italia. La Mebetoys era nata a Milano a metà degli anni Sessanta e produceva modellini in scala 1:43 molto curati, con tante auto italiane: Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Ferrari. Nel 1970 la Mattel la comprò, e per qualche anno le macchinine di Mebetoys convissero con le Hot Wheels nei negozi italiani, a volte con ruote veloci derivate da quelle americane. Era il segno di quanto la Mattel volesse entrare nel mercato europeo, e di quanto il modello italiano fosse considerato di qualità. Poco dopo, nel 1974, nasceva sempre in Lombardia la Bburago, che avrebbe portato le Ferrari e le Lamborghini in scala grande nelle camerette di mezzo mondo. L’Italia dei modellini non aveva niente da invidiare a nessuno.

Le Ferrari che passarono di mano

C’è un altro filo che lega le Hot Wheels all’Italia: la Ferrari. Per molti anni la Mattel ha avuto la licenza per riprodurre le auto di Maranello, non solo nella scala piccola delle Hot Wheels ma anche nelle grandi riproduzioni da collezione. A partire dal 2014 la licenza Ferrari per i modellini passò a un altro marchio, proprio quella Bburago nata in Lombardia quarant’anni prima. Per i collezionisti di mezzo mondo, le Ferrari Hot Wheels di quegli anni sono diventate un capitolo chiuso, da cercare nei mercatini e online. Le macchinine americane avevano portato il Cavallino nelle camerette di tutto il mondo; poi il Cavallino è tornato a casa.

Ingegneria in miniatura

Quello che distingueva le Hot Wheels da tutto il resto non era il marketing, era l’ingegneria. Le sospensioni a barra di torsione erano la miniatura di un principio reale, gli assali sulle boccole di plastica eliminavano l’attrito in un modo che i concorrenti impiegarono anni a copiare, e i cerchi cromati non erano decorativi: erano fatti per andare veloci. Poi c’erano le piste arancioni, con curve sopraelevate e giri della morte che chiedevano alle macchinine una velocità minima per completare il percorso. Fisica applicata, venduta in una scatola di cartone.

Twin Mill Hot Wheels rossa

Ogni generazione portò qualcosa di nuovo. Nel 1970 arrivarono le Sizzlers, con un motorino elettrico e una batteria ricaricabile. Nel 1974 la serie Flying Colors portò la tampografia, cioè le decorazioni stampate direttamente sul metallo, un’idea che tutta l’industria copiò. Nel 1983 la linea Real Riders introdusse le gomme di vera gomma. E nel 2019 Hot Wheels id mise un chip in ogni macchinina e una pista capace di misurare le velocità e mandarle a un’applicazione sul telefono.

Il pulmino da 175.000 dollari

Le prime Hot Wheels costavano tra i 69 e i 98 centesimi di dollaro. Oggi il collezionismo è un mercato da milioni, e il pezzo più prezioso è un pulmino Volkswagen rosa del 1969, il Beach Bomb, valutato oltre 175.000 dollari. Il designer Howard Rees aveva disegnato un prototipo con le tavole da surf che uscivano dal lunotto posteriore, ma così era troppo alto e instabile per le piste, e la Mattel lo ridisegnò con le tavole sui fianchi. Del prototipo con il carico posteriore ne furono fatti pochissimi, e in rosa se ne conoscono solo due. Uno è nella collezione di Bruce Pascal, considerato il più grande collezionista di Hot Wheels al mondo.

I numeri complessivi dicono il resto. La Mattel produce circa 519 milioni di Hot Wheels l’anno, intorno alle 17 al secondo; dal 1968 ne ha vendute oltre sei miliardi, in più di ventimila varianti diverse. Messi in fila, si dice, farebbero più volte il giro della Terra. Per i collezionisti più accaniti esiste il Red Line Club, un servizio in abbonamento con modelli in serie limitata che spariscono in pochi minuti dall’apertura delle vendite, e per il cinquantesimo anniversario, nel 2018, la Mattel ha riproposto le Sweet 16 originali e una serie celebrativa nera e oro.

Non serve un Beach Bomb per trovare valore: i modelli Redline in buone condizioni arrivano spesso a cifre di quattro numeri in dollari, e le Super Treasure Hunt, versioni speciali nascoste a caso nelle scatole dei negozi, scatenano ogni settimana una caccia tra collezionisti.

Andata e ritorno tra giocattolo e strada

Le Hot Wheels non si limitano a copiare le auto: le influenzano. La Twin Mill, un’auto di fantasia disegnata da Ira Gilford nel 1969 con due motori V8 che spuntano dal cofano, è stata costruita a grandezza naturale nel 2001, funzionante. Al SEMA di Las Vegas si vedono ogni anno auto vere trasformate in Hot Wheels in scala 1:1, e l’Hot Wheels Legends Tour gira il mondo cercando auto preparate dai privati da trasformare in modellini di serie. Dall’asfalto al giocattolo e ritorno.

La Twin Mill a grandezza naturale

E nel 2018 c’è stato il caso più spettacolare: sul cruscotto della Tesla Roadster che SpaceX lanciò nello spazio con il Falcon Heavy c’era una Hot Wheels della stessa Roadster. Un giocattolo da un dollaro in orbita attorno al Sole dentro un’auto vera da centinaia di migliaia di dollari, lanciata da un razzo che ne costava decine di milioni. Difficile immaginare una vetrina migliore per un marchio di giocattoli.

La Mattel, tra l’altro, ha sede a El Segundo, in California, la stessa cittadina dove Eddie Paul costruiva le auto per il cinema, compresa la Mercury di Cobra. A pochi chilometri di distanza, le auto finte di Hollywood e le auto in miniatura di tutto il mondo.

Lo sguardo dalla Spagna

Negli anni Settanta, in Spagna, le Hot Wheels erano un oggetto quasi esotico. I bambini spagnoli giocavano soprattutto con i modellini di casa: la valenciana Mira, la Guisval, la Pilen, che riproducevano le SEAT 600, le 124, le Renault e i camion Pegaso delle strade spagnole. Le Hot Wheels portavano invece un mondo che in Spagna non si vedeva: Camaro, Mustang, Corvette, hot rod californiani con i motori fuori dal cofano. Per molti bambini spagnoli, il primo contatto con un muscle car americano è stato una Custom Camaro di metallo, non un’auto vera. Lo stesso, con qualche anno di differenza, è successo in Italia, dove le Hot Wheels si trovavano accanto alle Mebetoys, alle Polistil e poi alle Bburago sugli scaffali dei negozi di giocattoli.

Hot Wheels o Top Gear?

Ecco la provocazione. Le Hot Wheels hanno fatto per la cultura dell’automobile più di qualsiasi programma televisivo o rivista. Top Gear arrivava a chi le auto le amava già. Le Hot Wheels hanno creato quelli che le avrebbero amate. C’è un abisso tra predicare ai convertiti e fabbricare nuovi credenti, e la Mattel lo fa da più di cinquant’anni.

La Deora II costruita a grandezza naturale

Quando un bambino di cinque anni lancia una Custom Camaro su una pista arancione non sta solo giocando: sta incontrando per la prima volta l’inerzia, l’attrito, l’idea che velocità e forma siano legate. Poi cresce, compra la sua prima auto ricordando quella macchinina, comincia a leggere di motori, magari restaura una classica. E passa la passione ai figli. Con un’altra Hot Wheels. Lo stesso spirito, tra l’altro, che ha reso leggendarie tante auto americane vere, come la Plymouth Hemi Cuda e la Pontiac Trans Am di Supercar, che quasi tutti hanno avuto prima in miniatura che davanti agli occhi.

Controlla di essere ancora vivo.

Foto: Curtis Palmer (CC BY 2.0), TaurusEmerald (CC BY-SA 4.0), Matt (CC BY 2.0), Chris Breeze (CC BY 2.0) e Joe deSousa (CC0), via Wikimedia Commons.

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